COLLABORAZIONI & RECENSIONI

Gianna Bucelli – 3 Momenti

 Tre percorsi artistici derivati da tre dei soggetti più rappresentati nel corso dell’intera storia dell’arte, coniugati attraverso uno stile pittorico mai banale e tutto personale che tende sempre a rinnovarsi cercando nuove strade in una ricerca continua e vitale.
Il ritratto, il paesaggio, la natura morta. Gianna Bucelli usa soggetti classicissimi per comunicarci un messaggio estremamente contemporaneo: in mezzo alla bellezza del mondo,della natura, degli oggetti incarnata dalle tinte cromatiche forti e materiche, l’uomo perde completamente ogni punto di riferimento e si sente spaesato ,continuamente fuori luogo, differito, incapace di esprimere la sua interiorità o semplicemente di manifestare la sua presenza.
Allora la pittrice ci mostra tre ragazze di spalle, addirittura mascherate, che si negano al mondo e agli altri anche se in forma giocosa; o ancora un dialogo ravvicinato attraverso lo sguardo tra un ragazzo e una ragazza, ma gli occhi sono bendati a sottolineare il mancato collegamento e quindi l’incomunicabilità con l’esterno e con gli altri. Che dire poi della grande marina dove terra mare e cielo, con la loro natura di elementi costitutivi del cosmo, sovrastano annullano dissolvono nella loro grandezza e maestosità la presenza dell’uomo nel mondo.
Arriviamo infine alle nature morte che nei loro colori innaturali estremamente forti e simbolici ( pensiamo ai fondi dorati e argentati ) sono ancora metafora della condizione umana. Davanti alla bellezza delle composizioni armoniche e piacevoli allo sguardo, l’occhio è nello stesso tempo turbato e catturato da quel frutto in disparte, fuori dal coro appunto, come illuminato o forse messo in ombra da un fascio di luce argentea fredda che lo colpisce mentre gli altri frutti restano uniti insieme sotto una luce dorata calda e ristoratrice. Ecco allora che il frutto solitario, emarginato diventa simbolo del gelo interiore dell’uomo, della sua solitudine e incomunicabilità con i suoi simili e con il chiasso del mondo inafferrabile e incomprensibile.
Ma in tutto questo non si avverte la pesantezza dei messaggi, anzi tutto è espresso con ingenua lievità e morbidezza in un atteggiamento che coniuga la ricerca sul colore e sulla tecnica con la consapevolezza che fare arte è anche toccare e lavorare materie grezze e povere come la juta e il ferro. E’ un’arte da una parte soffice e raffinata, quasi volatile in quanto caratterizzata anche dall’uso del gessato, della foglia d’oro e da un tratto estremamente delicato; dall’altra fisicamente pesante, fortemente legata alla terra e al senso del tatto, contraddistinta dall’uso di materiali come il ferro e la juta provenienti dall’arte povera. Da questo punto di vista è una pittura molto materiale e materica.
Forse il messaggio finale di natura più intima che vuole suggerirci la pittrice è che il mistero del mondo e del cosmo è tutto qui sulla terra, nella sua bellezza e indecifrabilità. All’uomo deve bastare questo: ammirare quanta bellezza c’è nel mondo. Non c’è un varco da cui fuggire per intercettare il senso ultimo della vita, siamo creature di passaggio e il senso ultimo non può che stare nel passaggio stesso attraverso il tempo.

Lorenzo Campinoti

Francesco Sammicheli

Pentagrammi musicali pieni di note che sbocciano da ogni aggregato di atomi, materia animata o inanimata: camini di un treno a vapore, sipari e tende di un teatro di burattini, ali di farfalle, aeroplani e barchette di carta, mongolfiere, palloncini, grammofoni, cavalli a dondolo, automobili, cartigli…Conigli, pesci, uccelli, gatti e volpi che guidano automobili, treni e aeroplani, pedalano su biciclette ottocentesche, salgono scale e vanno incontro a figurine d’uomo in smoking che magari volano in cieli immaginifici in sella a cavalli a dondolo. Tutto è sospeso, un mondo senza gravità popolato da elementi che convibrano tra di sé di una stessa energia creatrice. E’ la dimensione del teatro dei burattini e del paese dei balocchi e forte è la tentazione per chi osserva di naufragare e lasciarsi trasportare alla deriva in un universo ormai nascosto, ma non certo perduto, nella parte fanciullesca che ognuno di noi si porta dietro e dentro fino alla morte. Così l’uomo di latta tanto caro al Sammicheli ci riporta subito alla favola del Mago di Oz, i colori accesi e brillanti esprimono una pastosità che ci teletrasporta nel nostro passato di bambini, davanti ad una bancarella di dolciumi con il desiderio irrefrenabile di mangiare caramelle, croccanti, brigidini saziato da uno sguardo che a quell’età abbraccia tutto e di tutto riesce a cibarsi.
E’ la dimensione dell’immaginario per antonomasia simboleggiato da cieli notturni improbabili in cui le stelle, la luna, i pianeti, gli arcobaleni, le nuvole che sembrano onde sono accompagnati nel loro giro infinito da razzi, lumache, pesci, alberi, bottoni, tubetti di colore strizzati, trottole, palloncini, scale, case, farfalle, giocattoli e quant’altro può nascere dall’immaginazione di un bambino. E’ il trionfo della fantasia sulla realtà, in un tripudio di musica e movimento che non lascia spazio  né alle quotidiane preoccupazioni del disperato e insensato affanarsi delle genti, né al tormento di domande esistenziali destinate a rimanere senza una risposta. Qui c’è spazio solo per il divertimento e l’evasione e piacevole è la sensazione di volersi perdere in queste composizioni, immaginando di salire su un treno a vapore guidato da un coniglio in smoking che non può non ricordare il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Non c’è necessità o desiderio di conoscere la destinazione perché ogni luogo, in questo non luogo, andrà bene; purché si resti sospesi più a lungo possibile nel sogno incontrollabile, magari sfrecciando all’improvviso su due rotaie infinite, a pelo d’acqua di un mare d’una calma inconcepibile…Forse Federico Fellini, nelle sue visioni oniriche e nei suoi sogni senza ritorno, immaginava questi mondi: la fanfara dei giocattoli, il circo degli animali in giacca e cravatta, la danza delle bambole, la nave che solca le vie del cielo. Forse quello strano tipo di tristezza di cui sono venate certe sue pellicole deriva da qui: dal desiderio continuamente frustrato di non arrivare a visualizzare attraverso un mezzo pur visionario come il cinema, l’esplosione incontrollabile di immagini che nasceva dalla sua mente. Sentimento che la pittura invece può esprimere: allora pensiamo a Dalì, Chagall, Possenti, Picasso per citare solo alcuni visionari…Ma tutta questa profondità è lontana da Sammicheli: in lui domina la gioia di tornare bambini, la spensieratezza di un’età nascosta ma non perduta, la voglia d’evasione ma di un’evasione colorata e ingenua senza l’ombra di inquietudini o ricerche interiori irrisolvibili. Non a caso la sua è una pittura tutta luci e niente ombre: non esiste buio nella fantasia dei bambini, se non come paura ancestrale dell’ignoto. Ma in questo mondo non c’è niente di ignoto dal punto di vista dei bambini. E allora il sipario è già aperto, lo spettacolo sta per iniziare, seguite il maestro.

Lorenzo Campinoti

Yari Sacco – photographer

Due immagini programmatiche ci introducono alla mostra fotografica: un manifesto a parete con al centro un grande smile avverte l’osservatore della possibilità che possa essere manipolato e gli suggerisce l’atteggiamento giusto davanti a ciò: il sorriso, l’ironia. L’altra rappresenta una porta bianca con sovraimpressa un’effigie d’uomo stilizzato: un chiaro invito ad entrare dentro la mostra.
Yari Sacco usa un tono leggero per condurci verso temi più profondi attraverso diverse coppie di fotografie. La spiritualità, il tempo, la vita e la morte, la presenza e l’assenza, la solitudine e la piccolezza dell’uomo emergono da immagini forti e intense che mostrano, attraverso toni spesso rosati o leggermente dorati, ma anche con poetici bianchi neri e grigi, una parte dell’infinito reticolato che avvolge il mondo in cui viviamo.
Ecco allora le grandi radici di un albero, chiaro simbolo di vita, salgono verso un tronco che ingloba la testa scolpita di un idolo, forse un buddha, come a significare il forte legame tra l’aspetto terreno della natura e la rarefatta spiritualità divina. O ancora l’immagine di un bambino nell’atteggiamento di una statua, sdraiato su un elemento inorganico come i sassi con un braccio proteso in aria in modo fortemente innaturale, accostata a quella di una statua nell’ atteggiamento di una persona viva che osserva in posizione accovacciata, inserita in un ambiente organico per eccellenza, un prato d’erba. E’ un accoppiamento che suggerisce il flusso della vita dall’organico all’inorganico, dall’uomo alla pietra. Tutto è vita o tutto è morte. Fino ad arrivare alla presenza negata o all’assenza che rimanda a una presenza che non è più: è l’immagine in bianco e nero di un ex macello, inesorabilmente segnata dalle quattro diagonali che convergono verso un cancello rosso inevitabilmente chiuso, invalicabile; è un’immagine estremamente forte che suggerisce attraverso un intreccio di linee orizzontali e verticali anche l’idea della prigione o di un ambiente che non dà possibilità di scampo. Come è intensa e dolorosa la composizione delle due panchine una di fronte all’altra, apparentemente senza un motivo. E’ un simulacro del tempo, come un fotogramma astratto e estratto dal flusso degli eventi. Nello stesso momento è una vivificazione di due oggetti che aspettano degli ospiti.
Infine le ultime foto vogliono essere evidentemente una ferma presa di posizione: l’uomo è nel mondo, ne subisce l’influenza e riesce a cambiarlo. Ma lo deve fare con rispetto, in silenzio e discrezione: è la serena imperturbabilità di un chiostro buddista inondato dalla luce; sono tre barche sulla riva di un mare piatto oppresso da un cielo plumbeo che aspettano chi le conduca al largo. Il giovane artista chiude la mostra con tre immagini che sono chiaramente un monito per l’uomo: la prima mostra lo scempio dell’impatto umano sull’ambiente attraverso uno scorcio di un quartiere urbano degradato; poi due blocchi di roccia così vicini che sembrano voler stritolare l’uomo appena visibile che ne percorre lo spazio intermedio, come a significare che la natura è pronta a ribellarsi; infine un paesaggio marino che nei toni caldi della sabbia rosa, nei riflessi luminosi del sole sul mare e sui monti sullo sfondo e soprattutto nell’assenza dell’uomo, è un simbolo incorruttibile della vita nella sua forma più pura.

Lorenzo Campinoti

Roberto Malquori – Analisi di un’opera

Se vogliamo tentare un’analisi più approfondita di un’opera di Roberto Malquori, è necessario partire dalla superficie dell’opera stessa e captare subito, quasi in modo istintivo, quello che colpisce l’occhio dell’osservatore.
Non parlo di un osservatore esperto e preparato in campo artistico, ma di un osservatore comune che può anche non sapere assolutamente niente di storia dell’arte.
Subito quest’osservatore sarà rapito da un particolare: un volto, un corpo, una scritta. Da questo fuoco centrale si svilupperà la ricognizione spontanea dell’occhio che, senza un criterio preciso, spazierà sulla superficie dell’opera non scoprendo, ma addirittura creando percorsi d’indagine e filoni argomentativi.
E’ quello che succede in Max Cinema 2008. Ad un primissimo sguardo, l’occhio è subito catturato dal corpo della modella in basso al centro in atteggiamenti estremamente provocanti.
Quest’immagine, elevata a simbolo di esuberanza e bellezza, fa come da esca per l’occhio: lo sguardo subito le si attacca addosso e l’inquadratura è come stretta su questo bellissimo corpo.
Solo dopo qualche secondo il nostro occhio, come una macchina da presa, allarga lo sguardo e da primo piano inquadra tutta l’opera.
E’ in questo punto che lo sguardo diventa quasi indipendente, libero di vagare sulla superficie. E allora potrà incontrare la copertina scura di Max Cinema con Batman in primo piano, il volto di Demi Moore, quello di Sharon Stone accostato probabilmente a quella che è un’antica maschera funeraria, oppure la giovane donna con gli occhiali in basso a sinistra che, con una sorta di sguardo in macchina, invita lo spettatore al silenzio.
Soffermandoci proprio su quest’ultimo particolare, non può sfuggire il pensiero di un collegamento con la grammatica cinematografica: proprio come nel linguaggio filmico lo sguardo in macchina ha l’esplicito intento di coinvolgere lo spettatore per un colloquio o solo per una riflessione a distanza, così in quest’opera di Malquori lo sguardo della giovane donna con gli occhiali è un ammiccamento verso chi guarda che poi può essere interpretato in infiniti modi. Anche se il dito portato alle labbra sembra inequivocabilmente un invito a osservare in silenzio lo sviluppo abbastanza rumoroso dell’opera. Ma questa è solo una delle tante chiavi di lettura.
Il dato certo è invece l’assoluto raggiungimento di un alto grado di consapevolezza da parte dell’artista. Non ci è dato sapere se Malquori ha tenuto presente la sopraindicata primaria funzione dello sguardo in macchina nel linguaggio del cinema. A livello inconscio o istintivo certamente sì: è chiaro che l’intenzione è quella di coinvolgere lo spettatore in qualche modo.
Ma sono presenti nell’opera altri due aspetti cinematografici più facili da cogliere e anche da fruire.
E qui la consapevolezza di Malquori è forte. Parlo in primo luogo del montaggio delle immagini e in seconda istanza del procedimento della sovrimpressione delle immagini che rimanda subito alla dissolvenza incrociata del cinema.
L’artista è molto abile ad accostare immagini diversissime l’una accanto all’altra per creare una composizione armoniosa che sia in primo luogo piacevole per chi guarda. Perché, al di là degli infiniti significati di livello critico che un’opera d’arte può avere in modo intrinseco o che possono esserle assegnati da un punto di vista esterno, è indubbio che il senso primario e indiscutibile si trova a livello visivo. Un’opera da guardare (un quadro, una scultura, una fotografia, un film) cattura l’occhio innanzitutto perché è bella e con quest’aggettivo intendo armoniosa, piacevole per le emozioni che suscita e per quello che rappresenta. Un’opera d’arte deve essere prima di tutto un oggetto di piacere.
Malquori questo lo sa e, al di là del messaggio di forte critica contro la società moderna della comunicazione e dei consumi, non a caso usa la bellezza esteriore delle stelle del cinema e delle modelle prelevata dal mondo tecnologico e non dei massmedia. Sa benissimo che la bellezza non attira, ma addirittura cattura lo spettatore fino a farlo suo.
I quadri di Malquori ci possiedono dopo pochi minuti: è impossibile staccare gli occhi dal volto di Demi Moore, da quello di Sharon Stone, dal corpo perfetto della modella seminuda.
I nostri occhi si nutrono di queste immagini e solo grazie ad un’operazione consapevole e voluta di distacco riusciamo a distogliere lo sguardo.
Ragionando per assurdo, nell’osservazione di quest’opera si crea una sorta di incantesimo che porta alla separazione del senso della vista dal cervello che invece dovrebbe controllarlo.
In altre parole è come se il cervello perdesse il controllo sugli occhi che non obbediscono più al suo comando,divengono indipendenti e scelgono un percorso tutto loro.
Se ad un certo punto l’osservatore non affermasse dentro di sé con forza la volontà di staccarsi dall’opera e volgere gli occhi da un’altra parte, non riuscirebbe in modo naturale a liberarsi dalla tentazione di guardare. E’ necessario un atto coercitivo volontario che dica adesso basta, voglio guardare da un’altra parte.
Quello che voglio dire è che è molto difficile non essere posseduti da queste opere, impossibile non guardare facendo finta di niente perché c’è troppa bellezza negli stereotipi perfetti usati da Malquori per le sue composizioni.
Ne L’idiota Dostoevskij fa dire al suo principe Myskin “la bellezza salverà il mondo”; non so se Malquori creda nel potere salvifico della bellezza, ma sicuramente è consapevole della sua importanza. Dimostra questa consapevolezza nell’intenzione di voler recuperare e riabilitare la bellezza esteriore dei corpi femminili da un consumo pazzo e insensato, dai ritmi forsennati della società di massa che non può permettersi di perdere tempo ad ammirare la bellezza allo scopo di interiorizzarla e non semplicemente di consumarla. La bellezza ideale é eterna e immortale: quello che dobbiamo fare è contemplarla non consumarla.
Il paradosso della nostra società di massa è proprio questo: essa dà moltissimo valore alla bellezza, ma solo per scopi commerciali, così da non darci la possibilità di ammirarla con l’anima, farla nostra per un arricchimento interiore finale.
E’ un bellezza esteriore finalizzata all’esteriorità e al consumo, in ultima istanza sprecata come un qualsiasi altro bene di consumo. Pensandoci bene, non è forse sacrilego ridurre la bellezza ad oggetto di consumo? La bellezza è un privilegio, un valore assoluto che, se interiorizzato nel modo giusto, arricchisce e migliora l’anima dell’uomo.
Fruire della bellezza nel modo giusto vuol dire rallentare i ritmi fino a fermarsi a guardare per tentare di carpire qualcosa che alla fine, nonostante resti ineffabile, stimola il piacere interiore, risveglia i sensi affinché essi vadano più a fondo nella percezione del mondo.
E’ quello che cerca di fare Malquori: denunciare lo spreco della bellezza e recuperarla dalle mani dei responsabili stessi dello spreco (i massmedia) mettendola così a disposizione della gente per una fruizione più consapevole e piacevole.
Perché quella di Malquori è un’arte essoterica, rivolta a tutti, fatta attraverso la gente, per la gente, dalla gente. L’intenzione di denuncia e critica sociale è forte e decisa come i corpi femminili provocanti ed esuberanti che l’artista trasferisce sulle sue tele. Queste donne dalla bellezza irraggiungibile sono trasformate da un’operazione di decontestualizzazione e ricontestualizzazione in icone, simboli e strumenti di ricostruzione di un mondo nuovo: il mondo dell’artista.
Malquori ricostruisce uno spazio attraverso le persone: in primo luogo perché usa le raffigurazioni proposte dai mezzi di comunicazione e non c’è comunicazione senza destinatari che nel nostro mondo sono le persone; ecco che lo spazio della comunicazione si identifica con lo spazio della gente, quindi le persone come materiale. In questo senso la parola “attraverso” ha la valenza di “per mezzo di”.
Considerata invece nell’accezione di “tra”, la parola “attraverso” porta tutto un altro messaggio anch’esso presente in Max Cinema 2008.
Se pensiamo alla tecnica che usa Malquori per le sue composizioni, niente fa pensare allo spazio inteso in senso lato, tridimensionale, in quanto si tratta in sintesi di una semplice giustapposizione di immagini, anche se fatto con molto gusto.
La tecnica del decollage (come quella del collage) non può non suscitare quantomeno un’idea di piattezza o comunque mancanza di profondità. Quello che conta, almeno in teoria, è il messaggio che si vuole dare, non tanto l’illusione dello spazio.
In Malquori non è così e nel caso dell’opera qui analizzata lo spazio tridimensionale, anzi a quattro dimensioni, si fa sentire in modo forte.
Parlo di quattro dimensioni in quanto il tempo o meglio il movimento e lo scorrere del tempo possono essere considerati la quarta dimensione.
Accanto alla staticità di alcuni primi piani, (anche se in realtà i volti scelti dall’artista non trasmettono mai freddezza, anzi calore o quantomeno un qualche tipo di emozione) Malquori inserisce il dinamismo di una strada in una città americana, resa viva dal traffico delle automobili e dalla gente che passeggia; l’immagine di un circuito elettrico, probabilmente parte dell’hardware di un computer, simbolo dell’invadenza sempre più totale della tecnologia sulle vite degli uomini, alla velocità del transito di miliardi di dati sulla rete mondiale. Con quest’immagine l’artista ci dà la possibilità di visualizzare nella nostra mente la velocità della luce come scia bianca che sfreccia sui fili elettrici. Velocità che si spegne come un fiammifero rimasto senz’aria, nell’atteggiamento contemplativo di un beduino con lo sguardo assorto verso orizzonti da miraggio, sfocati dalla calura del deserto sconfinato. Alle sue spalle una via delimitata da due file di pietre millenarie suscita in noi la suggestione delle antiche vie carovaniere, come a dirci che il ritmo del mondo passa anche e ancora da questi cammini.
Infine l’antica maschera funeraria, bella e armonica come il volto di Sharon Stone che le sta accanto, fa da monito, sta lì a ricordarci con il suo vuoto sguardo che tutti dobbiamo passare dalla morte, dove termina il faticoso affannarsi degli uomini e dove tutte le vite contano allo stesso modo.
La maschera, nel suo stato di elemento a prima vista estraneo al quadro in quanto parte di una temporalità lontana dalla nostra, assume quindi un ruolo simbolico: la morte che spegne la vita, la staticità, suggerita dalla frontalità, che ferma la dinamicità del mondo in cui viviamo e infine un invito a cogliere e valorizzare la bellezza essendo coscienti che il tempo a disposizione non è molto.
Ecco che da una tecnica come il decollage che tutto può suggerire a parte l’idea di spazio, Malquori non solo ci fa avvertire la tridimensionalità ma anche la temporalità. E come ci riesce? Principalmente per mezzo delle due tecniche accennate in precedenza: la sovrimpressione e il montaggio delle immagini.
E’ a questo punto che possiamo parlare di arte tecnologica, cioè di un’arte che fa suoi certi procedimenti tecnici puramente cinematografici e fotografici. Cinema e fotografia, due arti, linguaggi, forme di comunicazione che sono nate e si sono sviluppate soprattutto grazie alla tecnologia. Le composizioni di Malquori devono molto alla tecnologia, sono per così dire figlie della tecnologia.
Ma tornando alla sovrimpressione, essa consiste nel sovrapporre su una immagine una seconda immagine semitrasparente. Si tratta di un procedimento fotografico che dà l’effetto di una dissolvenza incrociata in un film. Questa tecnica unisce idealmente le due inquadrature o immagini e stimola l’osservatore a cogliere una relazione più profonda che spesso rimanda all’idea della temporalità e dello spazio. In questo senso la sovrimpressione è una tecnica che suscita profondità.
Per quanto riguarda il montaggio delle immagini, esso nel cinema è il procedimento fondamentale che permette l’esistenza del film. Può essere definito come l’atto creativo ultimo che dà lo statuto di opera d’arte. Non c’è film senza montaggio.
Il principio alla base delle opere di Malquori è il medesimo: la ricomposizione di immagini diverse in un’unità organica. Quest’operazione di accostamento dà luogo ad un movimento interiore nella parte emotiva di chi guarda, creando suggestioni e associazioni mentali.
La perizia e l’abilità di Malquori nella tecnica del montaggio fa sì che in un’opera come Max Cinema 2008 l’osservatore possa cogliere anche la dimensione spazio-temporale, che è in ultima istanza spazio tra le persone.
C’è poi un’ultima accezione con la quale può essere considerata la parola “attraverso”: “da parte a parte”. L’arte di Malquori è un’arte attraverso le persone, in quanto entra dentro a chi guarda in senso quasi fisico, trafigge l’osservatore da parte a parte, tanta è la potenza e la carica critica che le sue composizioni emettono. E’ un’arte esplosiva, capace di bombardare in primo luogo i nostri occhi per poi dare il via ad una serie di moti emotivi che coinvolge tutta la parte sensibile del nostro organismo. Per mezzo dello stimolo della vista, il cervello inizia un percorso fatto di associazioni psicologiche e scatti interiori che prende sempre più velocità fino alla perdita di controllo e allo stordimento sensitivo.
La sensazione di perdersi in un labirinto (forse un richiamo all’immagine di quel labirinto derivato, simbolo stampato sulle riviste di propaganda del Bauhaus Situazionista Scandinavo a cui Malquori aveva con tanto entusiasmo aderito negli anni ’60) porta a una sorta di straniamento e spaesamento.
Siamo alla poetica del dètournement e della dèrive: esperienze emotive basate sul viaggio, sul percorso accidentale senza meta che conduce al piacere dell’avventura visiva e dell’estasi dei sensi, nel nome di un nomadismo inteso come girovagare libero nei territori dell’arte e del mondo, in vista di una costante decontestualizzazione e rivitalizzazione del linguaggio iconico del quotidiano.
Se non è arte che passa attraverso le persone questa…

Lorenzo Campinoti

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